 Stavangli dintorno
il grande Pelagonte ed Alastorre,
e il prence Emone e Cromio, ed il pastore
di popoli Biante. In prima ei pose
alla fronte coi carri e coi cavalli
i cavalieri, e al retroguardo i fanti,
che molti essendo e valorosi, il vallo
formavano di guerra. Indi nel mezzo
i codardi rinchiuse, onde forzarli
lor mal grado a pugnar. Ma innanzi a tutto
porge ricordo ai combattenti equestri
di frenar lor cavalli, e non mischiarsi
confusamente nella folla. - Alcuno
non sia, soggiunse, che in suo cor fidando
e nell'equestre maestrìa, s'attenti
solo i Teucri affrontar di schiera uscito:
né sia chi retroceda; ché cedendo
si sgagliarda il soldato. Ognun che sceso
dal proprio carro l'ostil carro assalga,
coll'asta bassa investalo, ché meglio
sì pugnando gli torna. Con quest'arte,
con questa mente e questo ardir nel petto
le città rovesciâr gli antichi eroi.
Il canuto così mastro di guerra
le sue genti animava. In lui fissando
gli occhi l'Atride, giubilonne, e tosto
queste parole gli drizzò: Buon veglio,
oh t'avessi tu salde le ginocchia
e saldi i polsi come hai saldo il core!
La ria vecchiezza, che a null'uom perdona,
ti logora le forze: ah perché d'altro
guerrier non grava la crudel le spalle!
perché de' tuoi begli anni è morto il fiore!
Ed il gerenio cavalier rispose:
Atride, al certo bramerei pur io
quelle forze ch'io m'ebbi il dì che morte
diedi all'illustre Ereutalion. Ma tutti
tutto ad un tempo non comparte Giove
i suoi doni al mortal. Rideami allora
gioventude: or mi doma empia vecchiezza.
Ma qual pur sono mi starò nel mezzo
de' cavalieri nella pugna, e gli altri
del morto Apisaon l'armi rapire,
mise in cocca lo strale, e d'aspra punta
la destra coscia gli ferì. Si franse
il calamo pennuto, e tal nell'anca
spasmo destò, che ad ischivar la morte
gli fu mestieri ripararsi a' suoi,
alto gridando, O amici, o prenci achivi,
volgetevi, sostate, liberate
da morte Aiace; egli è da' teli oppresso,
sì ch'io pavento, ohimè! che più non abbia
scampo l'eroe: correte, circondate
de' vostri petti il Telamònio figlio.
Così disse il ferito: e quelli a gara
stretti inclinando agli omeri gli scudi,
e l'aste sollevando, al grande Aiace
si fêr dappresso; ed ei venuto in salvo
tra' suoi, di nuovo la terribil faccia
converse all'inimico. In cotal guisa,
come fiamma, tra questi ardea la zuffa.
Di sudor molli intanto e polverose
le cavalle nelèe fuor della pugna
traean col duce Macaon Nestorre.
Lo vide il divo Achille e lo conobbe,
mentre ritto si stava in su la poppa
della sua grande capitana, e il fiero
lavor di Marte, e degli Achei mirava
la lagrimosa fuga. Incontanente
mise un grido, e chiamò dall'alta nave
il compagno Patròclo: e questi appena
dalla tenda l'udì, che fuori apparve
in marzïal sembianza; e dal quel punto
ebbe inizio fatal la sua sventura.
Parlò primiero di Menèzio il figlio:
A che mi chiami, a che mi brami, Achille?
O mio diletto nobile Patròclo,
gli rispose il Pelìde, or sì che spero
supplicanti e prostesi a' miei ginocchi
veder gli Achivi, ché suprema e dura
necessità li preme. Or vanne, o caro,
vanne e chiedi a Nestòr chi quel ferito
sia, ch'ei ritragge dalla pugna. Il vidi
ben io da tergo, e Macaon mi parve,
d'Esculapio il figliuol; ma del guerriero
non vidi il volto, ché veloci innanzi
mi passâr le cavalle, e via spariro.
Disse; e Patròclo obbedïente al cenno
dell'amico diletto già correa
tra le navi e le tende. E quelli intanto
del buon Nelìde al padiglion venuti
dismontaro, e l'auriga Eurimedonte
sciolse dal carro le nelèe puledre,
mentr'essi al vento asciugano sul lido
le tuniche sudate, e delle membra
rinfrescano la vampa: indi raccolti
dietro la tenda s'adagiâr su i seggi.
Apparecchiava intanto una bevanda
la ricciuta Ecamède. Era costei
del magnanimo Arsìnoo una figliuola
che il buon vecchio da Tenedo condotta
avea quel dì che la distrusse Achille,
e a lui, perché vincea gli altri di senno,
fra cento eletta la donâr gli Achivi.
Trass'ella innanzi a lor prima un bel desco
su piè sorretto d'un color che imbruna,
sovra il desco un taglier pose di rame,
e fresco miel sovresso, e la cipolla
del largo bere irritatrice, e il fiore
di sacra polve cereal. V'aggiunse
un bellissimo nappo, che recato
aveasi il veglio dal paterno tetto,
d'aurei chiovi trapunto, a doppio fondo,
con quattro orecchie, e intorno a ciascheduna
due beventi colombe, auree pur esse.
Altri a stento l'avrìa colmo rimosso;
l'alzava il veglio agevolmente. In questo
la simile alle Dee presta donzella
pramnio vino versava; indi tritando
su le spume caprin latte rappreso,
e spargendovi sovra un leggier nembo
di candida farina, una bevanda
uscir ne fece di cotal mistura,
che apprestata e libata, ai due guerrieri
la sete estinse e rinfrancò le forze.
Diersi, ciò fatto, a ricrear parlando
gli affaticati spirti; e sulla soglia
ecco apparir Patròclo, e soffermarsi
in sembianza di nume il giovinetto.
Nel vederlo levossi il vecchio in piedi
dal suo lucido seggio, e l'introdusse
presol per mano, e di seder pregollo.
Egli all'invito resistea, dicendo:
Di seder non m'è tempo, egregio veglio,
né obbedirti poss'io. Tremendo, iroso
è colui che mi manda a interrogarti
del guerrier che ferito hai qui condotto.
Or io mel so per me medesmo, e in lui
ravviso il duce Macaon. Ritorno
dunque ad Achille relator di tutto.
Sai quanto, augusto veglio, ei sia stizzoso
e a colpar pronto l'innocente ancora.
assai valenti e in un sol cocchio ascesi,
Anchïalo e Meneste. Ebbe di loro
pietade il grande Telamonio Aiace,
e féssi avanti e stette, e la lucente
asta lanciando, Anfio colpì, che figlio
di Selago tenea suo seggio in Peso
ricco d'ampie campagne. Ma la nera
Parca ad Ilio il menò confederato
del re troiano e de' suoi figli. Il colse
sul cinto il lungo telamonio ferro,
e nell'imo del ventre si confisse.
Diè cadendo un rimbombo, e a dispogliarlo
corse l'illustre vincitor; ma un nembo
i Troiani piovean di frecce acute
che d'irta selva gli coprîr lo scudo.
Ben egli al morto avvicinossi, e il petto
calcandogli col piè, la fulgid'asta
ne sferrò, ma dall'omero le belle
armi rapirgli non poteo: sì densa
la grandine il premea delle saette.
E temendo l'eroe nol circuisse
de' Troiani la piena, che ristretti
erano e molti e poderosi, e tutti
con armi d'ogni guisa e d'ogni tiro
ad incalzarlo, a repulsarlo intesi,
ei benché forte e di gran corpo e d'alto
ardir diè volta, e si ritrasse addietro.
Mentre questi alle mani in questa parte
si travaglian così, nemico fato
contra l'illustre Sarpedon sospinse
l'Eraclide Tlepòlemo, guerriero
di gran persona e di gran possa. Or come
a fronte si trovâr quinci il nepote
e quindi il figlio del Tonante Iddio,
Tlepòlemo primiero così disse:
Duce de' Licii Sarpedon, qual uopo
rozzo in guerra a tremar qua ti condusse?
È mentitor chi dell'Egìoco Giove
germe ti dice. Dal valor dei forti,
che nell'andata età nacquer di lui,
troppo lungi se' tu. Ben altro egli era
il mio gran genitor, forza divina,
cuor di leone. Qua venuto un giorno
a via menar del re Laomedonte
i promessi destrieri, egli con sole
sei navi e pochi armati Ilio distrusse,
e vedovate ne lasciò le vie.
Tu sei codardo, tu a perir qui traggi
i tuoi soldati, tu veruna aita,
col tuo venir di Licia, non darai
alla dardania gente; e quando pure
un gagliardo ti fossi, il braccio mio
qui stenderatti e spingeratti a Pluto.
E di rimando a lui de' Licii il duce:
Tlepòlemo, le sacre iliache mura
Ercole, è ver, distrusse, e la scempiezza
del frigio sire il meritò, che ingrato
al beneficio con acerbi detti
oltraggiollo; e i destrieri, alta cagione
di sua venuta, gli negò. Ma i vanti
paterni non torran che la mia lancia
qui non ti prostri. Tu morrai: son io
che tel predìco, e a me l'onor qui tosto
darai della vittoria, e l'alma a Pluto.
Ciò detto appena, sollevaro in alto
i ferrati lor cerri ambo i guerrieri,
ed ambo a un tempo gli scagliâr. Percosse
Sarpedonte il nemico a mezzo il collo,
sì che tutto il passò l'asta crudele,
e a lui gli occhi coperse eterna notte.
Ma il telo uscito nel medesmo istante
dalla man di Tlepòlemo la manca
coscia ferì di Sarpedon. Passolla
infino all'osso la fulminea punta,
ma non diè morte, ché vietollo il padre.
Accorsero gli amici, e dal tumulto
sottrassero l'eroe che del confitto
telo di molto si dolea, né mente
v'avea posto verun, né s'avvisava
di sconficcarlo dalla coscia offesa,
onde espedirne il camminar: tant'era
del salvarlo la fretta e la faccenda.
Dall'altra parte i coturnati Achei
di Tlepòlemo anch'essi dalla pugna
ritraggono la salma. Al doloroso
spettacolo la forte alma d'Ulisse
si commosse altamente; e in suo pensiero
divisando ne vien s'ei prima insegua
di Giove il figlio, o più gli torni il darsi
alla strage de' Licii. Alla sua lancia
non concedean le Parche il porre a morte
del gran Tonante il valoroso seme.
Scagliasi ei dunque da Minerva spinto
nella folta dei Licii, e quivi uccide
l'un sovra l'altro Alastore, Cerano,
Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone
ed Alio: e più n'avrìa di lor prostrati
il divino guerrier, se il grande Ettorre
di lui non s'accorgea. Tra i primi ei dunque
processe di corrusche armi splendente,
oggi, o palma otterrai d'entrambi i figli
d'Ippaso, e, spenti, n'avrai l'armi; o colto
tu dal mio telo perderai la vita.
Vibrò, ciò detto, e lo colpì nel mezzo
della salda rotella. Il vïolento
dardo lo scudo traforò, ficcossi
nella corazza, e gli stracciò sul fianco
tutta la pelle: non permise al ferro
l'addentrarsi di più Palla Minerva.
Conobbe tosto che letal non era
il colpo Ulisse; e retrocesso alquanto,
Sciagurato, rispose al suo nemico,
or sì che morte al varco ti raggiunse.
Mi togliesti, egli è vero, il poter oltre
pugnar co' Teucri, ma ben io t'affermo
che questa di tua vita è l'ultim'ora,
e che tu dalla mia lancia qui domo,
la palma a me darai, lo spirto a Pluto.
Disse, e l'altro fuggiva. Al fuggitivo
scaglia Ulisse il suo cerro, e a mezzo il tergo
sì glielo pianta che gli passa al petto.
Diè d'armi un suono nel cadere, e il divo
vincitor l'insultò: Soco, del forte
Ippaso cavaliero audace figlio,
morte t'ha giunto innanzi tempo, e vana
fu la tua fuga. Misero! né il padre
gli occhi tuoi chiuderà né la pietosa
madre, ma densi a te gli scaveranno
gli avoltoi dibattendo le grandi ali
su la tua fronte; e me spento di tomba
onoreranno i generosi Achei.
Detto ciò, dalla pelle e dal ricolmo
brocchier si svelse del possente Soco
il duro giavellotto, e nel cavarlo
diè sangue, e forte dolorossi il fianco.
Visto il sangue d'Ulisse, i coraggiosi
Teucri l'un l'altro inanimando mossero
per assalirlo: ma l'accorto indietro
si ritrasse, e i compagni ad alta voce
chiamò. Tre volte a tutta gola ei grida,
tre volte il marzio Menelao l'intese,
e ad Aiace converso, Aiace, ei disse,
Telamònio regal seme divino,
sento all'orecchio risonarmi il grido
del sofferente Ulisse, e tal mi sembra
qual se, solo rimasto, ei sia da' Teucri
nel forte della mischia oppresso e chiuso.
Corriam, ché giusto è l'aitarlo: solo
fra nemici potrebbe il valoroso
grave danno patirne, e costerìa
la sua morte agli Achei molti sospiri.
Si mise in via, ciò detto, e lo seguiva
quel magnanimo, tale al portamento
che un Dio detto l'avresti: e il caro a Giove
Ulisse ritrovâr da densa torma
accerchiato di Teucri. A quella guisa
che affamate s'attruppano le linci
dintorno a cervo di gran corna, a cui
fisse lo strale il cacciator nel fianco,
e il ferito fuggì dal feritore
finché fu caldo il sangue e lesto il piede;
ma domo alfine dallo stral nel bosco
lo dismembran le linci; allor, se guida
colà fortuna un fier lïon, disperse
sfrattano quelle, ed ei fa sua la preda:
molta turba così di valorosi
Teucri intorno al pugnace astuto Ulisse
aggirasi; ma l'asta dimenando
l'eroe tien lungi la fatal sua sera.
E comparir tremendo ecco d'Aiace
il torreggiante scudo, eccolo fermo
dinanzi a quell'oppresso, e scombuiarsi
chi qua chi là per lo spavento i Teucri.
Per man lo prende allora il generoso
minor Atride, e fuor dell'armi il tragge
finché l'auriga i corridor gli adduca.
Ma il Telamònio eroe contra i Troiani
irrompendo, il Prïamide bastardo
Doriclo uccide; e poi Pandoco, e poi
Lisandro fiede e Piraso e Pilarte.
E come quando ruinoso un fiume,
cui crebbe l'invernal pioggia di Giove,
si devolve dal monte alla pianura,
e molte aride querce e molti pini
rotando spinge una gran torba al mare:
tal cavalli tagliando e cavalieri
l'illustre Aiace furïoso insegue
per lo campo i Troiani; e non per anco
n'aveva Ettorre udita la ruina,
ch'ei della zuffa sul sinistro corno
pugnava in riva allo Scamandro, dove
il cader delle teste era più spesso,
e infinito il clamor dintorno al grande
Nestore e al marzio Idomenèo. Qui stava
Ettore, e oprava orrende cose, e densa
colla lancia e col carro distruggeva
la gioventude achea. Né ancor per tanto
avrian gli Argivi abbandonato il campo,
se il bel marito della bella Elèna
Alessandro ritrar non fea dall'armi
o poca d'armi maestrìa ti tolga
delle dardanie mura la conquista.
Saggio vegliardo, gli rispose Atride,
in tutti della guerra i parlamenti
nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove,
a Minerva piacesse e al santo Apollo,
ch'altri dieci io m'avessi infra gli Achei
a te pari in consiglio; ed atterrata
cadrìa ben tosto la città troiana.
Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni
sommerse, e incauto mi sospinse in vane
gare e contese. Di parole avemmo
gran lite Achille ed io d'una fanciulla,
ed io fui primo all'ira. Ma se fia
che in amistà si torni, un sol momento
non tarderà di Troia il danno estremo.
Or via, di cibo a ristorar le forze
itene tutti per la pugna. Ognuno
l'asta raffili, ognun lo scudo assetti,
di copioso alimento ognun governi
i corridor veloci, e diligente
visiti il cocchio, e mediti il conflitto;
onde questo sia giorno di battaglia
tutto e di sangue, e senza posa alcuna,
finché la notte non estingua l'ire
de' combattenti. Di guerrier sudore
bagnerassi la soga dello scudo
sui caldi petti, verrà manco il pugno
sovra il calce dell'asta, e destrier molli
trarranno il cocchio con infranta lena.
Qualunque io poscia scorgerò che lungi
dalla pugna si resti appo le navi
neghittoso, non fia chi salvo il mandi
dalla fame de' cani e degli augelli.
Così disse, e al finir di sue parole
mandâr gli Achivi un altissimo grido
somigliante al muggir d'onda spezzata
all'alto lido ove il soffiar la caccia
di furioso Noto incontro ai fianchi
di prominente scoglio, flagellato
da tutti i venti e da perpetue spume.
Si levâr frettolosi, si dispersero
per le navi, destâr per tutto il lido
globi di fumo, ed imbandîr le mense.
Chi a questo dio sacrifica, chi a quello,
al suo ciascun si raccomanda, e il prega
di camparlo da morte nella pugna.
Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue
toro quinquenne al più possente nume
sagrifica, e convita i più prestanti:
Nestore primamente e Idomenèo,
quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo
l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse.
Spontaneo venne Menelao, cui noto
era il travaglio del fratello. E questi
fêr di sé stessi una corona intorno
alla vittima, e preso il salso farro
nel mezzo Agamennóne orando disse:
Glorioso de' nembi adunatore
Massimo Giove abitator dell'etra,
pria che il sole tramonti e l'aria imbruni,
fa che fumanti al suol di Priamo io getti
gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi
le regie porte; fa che la mia lancia
squarci l'usbergo dell'ettòreo petto,
e che dintorno a lui molti suoi fidi
boccon distesi mordano la polve.
Disse; ed il nume l'olocausto accolse,
ma non il voto, e a lui più lutto ancora
preparando venìa. Finito il prego
e sparso il farro, ed incurvato all'ara
della vittima il collo, la scannaro,
la discuoiaro, ne squartâr le cosce,
le rivestîr di doppio zirbo, e sopra
poservi i crudi brani. Indi la fiamma
d'aride schegge alimentando, a quella
cocean gli entragni nello spiedo infissi.
Adusti i fianchi, e fatto delle sacre
viscere il saggio, lo restante in pezzi
negli schidon confissero, ed acconcia-
-mente arrostito ne levaro il tutto.
Finita l'opra, apparecchiâr le mense,
e a suo talento vivandò ciascuno.
Di cibo sazi e di bevanda, prese
a così dire il cavalier Nestorre:
Re delle genti glorioso Atride
Agamennón, si tolga ogni dimora
all'impresa che in pugno il Dio ne pone.
Degli araldi la voce alla rassegna
chiami sul lido i loricati Achei,
e noi scorriamo le raccolte squadre,
e di Marte destiam l'ira e il desìo.
Assentì pronto il sire, ed al suo cenno
l'acuto grido degli araldi diede
della pugna agli Achivi il fiero invito.
Corsero quelli frettolosi; e i regi
di Giove alunni, che seguìan l'Atride,
li ponean ratti in ordinanza. Errava
Minerva in mezzo, e le splendea sul petto
incorrotta, immortal la prezïosa
le scorrevoli briglie eran cadute.
Come lïon fu loro addosso, e quelli
s'inginocchiâr, dal carro supplicando:
Lasciane vivi, Atride, e di riscatto
gran pezzo n'otterrai. Molta risplende
nella magion d'Antìmaco ricchezza,
d'oro, di bronzo e lavorato ferro.
Di questo il padre ti darà gran pondo
per la nostra riscossa, ov'egli intenda
vivi i suoi figli nelle navi achee.
Così piangendo supplicâr con dolci
modi, ma dolce non rispose Atride.
Voi d'Antìmaco figli? di colui
che nel troiano parlamento osava
d'Ulisse e Menelao, venuti a Troia
ambasciatori, consigliar la morte?
Pagherete voi dunque ora del padre
l'indegna offesa. - Sì dicendo, immerge
l'asta in petto a Pisandro, e giù dal carro
supin lo stende sul terren. Ciò visto,
balza Ippoloco al suolo, e lui secondo
spaccia l'Atride; coll'acciar gli pota
ambe le mani, e poi la testa, e lungi
come palèo la scaglia a rotolarsi
fra la turba. Lasciati ivi costoro,
fulminando si spinge nel più caldo
tumulto della pugna, e l'accompagna
molta mano d'Achei. Fan strage i fanti
de' fanti fuggitivi, i cavalieri
de' cavalier. Si volve al ciel la polve
dalle sonanti zampe sollevata
de' fervidi corsieri, e Agamennóne
sempre insegue ed uccide, e gli altri accende.
Come quando s'appiglia a denso bosco
incendio struggitor, cui gruppo aggira
di fiero vento e d'ogni parte il gitta:
cadono i rami dall'invitta fiamma
atterrati e combusti; a questo modo
sotto l'Atride Agamennón le teste
cadean de' Teucri fuggitivi; e molti
colle chiome sul collo fluttuanti
destrier traean pel campo i vôti carri,
sgominando le file, ed il governo
desiderando de' lor primi aurighi:
ma quei giacean già spenti, agli avoltoi
gradita vista, alle consorti orrenda.
Fuori intanto dell'armi e della polve,
delle stragi, del sangue e del tumulto
condusse Giove Ettòr. Ma gl'inseguiti
Teucri dritto al sepolcro del vetusto
Dardanid'Ilo verso il caprifico
la piena fuga dirigean, bramosi
di ripararsi alla cittade; e sempre
gl'incalza Atride, e orrendo grida, e lorda
di polveroso sangue il braccio invitto.
Giunti alfine alle Scee quivi sostârsi
vicino al faggio, ed aspettâr l'arrivo
de' compagni pel campo ancor fuggenti,
e simiglianti a torma d'atterrite
giovenche che lïon di notte assalta.
Alla prima che abbranca ei figge i duri
denti nel collo, e avidamente il sangue
succhiatone, n'incanna i palpitanti
visceri: e tale gl'inseguìa l'Atride
sempre il postremo atterrando, e quei sempre
spaventati fuggendo: e giù dal cocchio
altri cadea boccone, altri supino
sotto i colpi del re che innanzi a tutti
oltre modo coll'asta infurïava.
E già in cospetto gli venìan dell'alto
Ilio le mura, e vi giungea; quand'ecco
degli uomini il gran padre e degli Dei
scender dal cielo, e maestoso in cima
sedersi dell'acquosa Ida, stringendo
la folgore nel pugno. Iri a sé chiama
l'ali-dorata messaggiera, e, Vanne
vola, le disse, Iri veloce, e ad Ettore
porta queste parole. Infin ch'ei vegga
tra' primi combattenti Agamennóne
romper le file furibondo, ei cauto
stìasi in disparte, e d'animar sia pago
gli altri a far testa, e oprar le mani. Appena
o di lancia percosso o di saetta
l'Atride il cocchio monterà, si spinga
ei ratto nella mischia. Io porgerogli
alla strage la forza, infin che giunga
vincitore alle navi, e al dì caduto
della notte succeda il sacro orrore.
Disse; e veloce la veloce Diva
dal gioco idèo discende al campo, e trova
stante in piè sul suo carro il bellicoso
Prïamide: e appressata, O tu, gli disse,
che il consiglio d'un Dio porti nel core,
Ettore, le parole odi che Giove
per me ti manda. Infin che Agamennóne
vedrai tra' primi infurïar rompendo
de' guerrieri le file, il piè ritira
tu dal conflitto, e fa che col nemico
pugni il resto de' tuoi. Ma quando ei d'asta
o di strale ferito darà volta
densa corona, di sue forze altero
volve dintorno i truci occhi, né teme
la tempesta de' dardi né la morte,
ma generoso si rigira e guarda
dove slanciarsi fra gli armati, e ovunque
urta, s'arretra degli armati il cerchio;
tal fra l'armi s'avvolge il teucro duce,
i suoi spronando a valicar la fossa.
Ma non l'ardìan gli ardenti corridori
che mettean fermi all'orlo alti nitriti,
dal varco spaventati arduo a saltarsi
e a tragittarsi: perocché dintorno
s'aprìan profondi precipizi, e il sommo
margo d'acuti pali era munito,
di che folto v'avean contro il nemico
confitto un bosco gli operosi Achei,
tal che passarvi non potean le rote
di volubile cocchio. Ma bramosi
ardean d'entrarvi e superarlo i fanti.
Fattosi innanzi allor Polidamante
ad Ettore sì disse: Ettore, e voi
duci troiani e collegati, udite.
Stolto ardire è il cacciar dentro la fossa
gli animosi cavalli. E non vedete
il difficile passo e la foresta
d'acute travi, che circonda il muro?
Di niuna guisa ai cavalier non lice
calarsi in quelle strette a far conflitto,
senza periglio di mortal ferita.
Se il Tonante in suo sdegno ha risoluta
degli Achei la ruina e il nostro scampo,
ben io vorrei che questo intervenisse
qui tosto, e che dal caro Argo lontani
perdesser tutti coll'onor la vita.
Ma se voltano fronte, e dalle navi
erompendo con impeto, nel fondo
ne stringono del fosso, allor, cred'io,
niuno in Troia di noi nunzio ritorna
salvo dal ferro de' conversi Achei.
Diam dunque effetto a un mio pensier. Sul fosso
ogni auriga rattenga i corridori,
e noi pedoni, corazzati e densi
tutti in punto seguiam l'orme d'Ettorre.
Non sosterranno il nostro urto gli Achivi,
se l'ora estrema del lor fato è giunta.
Disse; e ad Ettore piacque il saggio avviso.
Balzò dunque dal carro incontanente
tutto nell'armi, e balzâr gli altri a gara,
visto l'esempio di quel divo. Ognuno
fe' precetto all'auriga di sostarsi
co' destrieri alla fossa in ordinanza;
ed essi in cinque battaglion divisi
seguiro i duci. Andò la prima squadra
con Ettore e col buon Polidamante,
ed era questa il fiore e il maggior nerbo
de' combattenti, desïosi tutti
di spezzar l'alto muro, e su le navi
portar la pugna: terzo condottiero
li seguìa Cebrïon, messo in sua vece
alla custodia dell'ettoreo carro
altro men prode auriga. Erano i duci
della seconda Paride, Alcatòo
ed Agenorre. Della terza il divo
Dëifobo ed Elèno ed Asio, il prode
d'Irtaco figlio, cui d'Arisba a Troia
portarono e dall'onda Selleente
due destrier di gran corpo e biondo pelo.
Capitan della quarta era d'Anchise
l'egregia prole, Enea, co' due d'Antènore
pugnaci figli Archìloco e Acamante.
Degl'incliti alleati è condottiero
Sarpedonte, con Glauco e Asteropèo,
da lui compagni del comando assunti
come i più forti dopo sé, tenuto
il più forte di tutti. In ordinanza
posti i cinque drappelli, e di taurine
targhe coperti, mossero animosi
contro gli Achei, sperando entro le navi
precipitarsi alfin senza ritegno.
Mentre tutti e Troiani ed alleati
al consiglio obbedìan dell'incolpato
Polidamante, il duce Asio sol esso
lasciar né auriga né corsier non volle,
ma vêr le navi li sospinse. Insano!
Que' corsieri, quel cocchio, ond'egli esulta,
nol torranno alla morte, e dalle navi
in Ilio no nol torneran. La nera
Parca già il copre, e all'asta lo consacra
del chiaro Deucalìde Idomenèo.
Alla sinistra del naval recinto
ove carri e cavalli in gran tumulto
venìan cacciando i fuggitivi Achei,
spins'egli i suoi corsier verso la porta,
non già di sbarre assicurata e chiusa,
ma spalancata e da guerrier difesa
a scampo de' fuggenti. Il coraggioso
flagellò drittamente i corridori
a quella volta, e con acute grida
altri il seguìan, sperandosi che rotti,
senza far testa, nelle navi in salvo
gioverò di parole e di consiglio,
ché questo è officio de' provetti. Dêssi
lasciar dell'aste il tiro ai giovinetti
di me più destri e nel vigor securi.
Disse; e lieto l'Atride oltrepassando
venne al Petìde Menestèo, perito
di cocchi guidator, ritto nel mezzo
de' suoi prodi Cecròpii. Eragli accanto
lo scaltro Ulisse colle forti schiere
de' Cefaleni, che non anco udito
di guerra il grido avean, poiché le teucre
e l'argive falangi allora allora
cominciavan le mosse: e questi in posa
aspettavan che stuolo altro d'Achei
impeto fêsse ne' Troiani il primo,
e ingaggiasse battaglia. In quello stato
li sorprese l'Atride; e corruccioso
fe' dal labbro volar questa rampogna:
Petìde Menestèo, figlio non degno
d'un alunno di Giove, e tu d'inganni
astuto fabbro, a che tremanti state
gli altri aspettando, e separati? A voi
entrar conviensi nella mischia i primi,
perché primi io vi chiamo anche ai conviti
ch'ai primati imbandiscono gli Achei.
Ivi il saìme saporar vi giova
delle carni arrostite, e a piena gola
di soave lïeo cioncar le tazze.
Or vi giova esser gli ultimi, e vi fôra
grato il veder ben dieci squadre achee
innanzi a voi scagliarsi entro il conflitto.
Lo guatò bieco Ulisse, e gli rispose:
Qual detto, Atride, ti fuggì di bocca?
E come ardisci di chiamarne in guerra
neghittosi? Allorché contra i Troiani
daran principio al rio marte gli Achei,
vedrai, se il brami e te ne cal, vedrai
nelle dardanie file antesignane
di Telemaco il padre. Or cianci al vento.
Veduto il cruccio dell'eroe, sorrise
l'Atride, e dolce ripigliò: Divino
di Laerte figliuol, sagace Ulisse,
né sgridarti vogl'io, né comandarti
fuor di stagione, ch'io ben so che in petto
volgi pensieri generosi, e senti
ciò ch'io pur sento. Or vanne, e pugna; e s'ora
dal labbro mi fuggì cosa mal detta,
ripareremla in altro tempo. Intanto
ne disperdano i numi ogni ricordo.
Ciò detto, gli abbandona, e ad altri ei passa;
e ritto in piedi sul lucente cocchio
il magnanimo figlio di Tidèo
Diomede ritrova. Al fianco ha Stènelo,
prole di Capanèo. Si volse il sire
Agamennóne a Diomede, e ratto
con questi accenti rampognollo: Ahi figlio
del bellicoso cavalier Tidèo,
di che paventi? Perché guardi intorno
le scampe della pugna? Ah! non solea
così Tidèo tremar; ma precorrendo
d'assai gli amici, co' nemici ei primo
s'azzuffava. Ciascun che ne' guerrieri
travagli il vide, lo racconta. In vero
né compagno io gli fui né testimone,
ma udii che ogni altro di valore ei vinse.
Ben coll'illustre Polinice un tempo
senz'armati in Micene ospite ei venne,
onde far gente che alle sacre mura
li seguisse di Tebe, a cui già mossa
avean la guerra; e ne fêr ressa e preghi
per ottenerne generosi aiuti;
e volevam noi darli, e la domanda
tutta appagar; ma con infausti segni
Giove da tanto ne distolse. Or come
gli eroi si fûro dipartiti e giunti
dopo molto cammino al verdeggiante
giuncoso Asopo, ambasciatore a Tebe
spedîr Tidèo gli Achivi. Andovvi, e molti
banchettanti Cadmei trovò del forte
Eteòcle alle mense. In mezzo a loro,
quantunque estrano e solo, il cavaliero
senza punto temer tutti sfidolli
al paragon dell'armi, e tutti ei vinse,
col favor di Minerva. Irati i vinti
di cinquanta guerrieri, al suo ritorno,
gli posero un agguato. Eran lor duci
l'Emonide Meone, uom d'almo aspetto,
e d'Autofano il figlio Licofonte,
intrepido campion. Tidèo gli uccise
tutti, ed un solo per voler de' numi,
il sol Meone rimandonne a Tebe.
Tal fu l'etòlo eroe, padre di prole
miglior di lingua, ma minor di fatti.
Non rispose all'acerbo il valoroso
Tidìde, e rispettò del venerando
rege il rabbuffo; ma rispose il figlio
del chiaro Capanèo, dicendo: Atride,
non mentir quando t'è palese il vero.
Migliori assai de' nostri padri a dritto
noi ci vantiam. Noi Tebe e le sue sette
su questo lido? Compatir m'è forza
dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno.
Ma dopo tanta dimoranza è turpe
vôti di gloria ritornar. Deh voi,
deh ancor per poco tollerate, amici,
tanto indugiate almen, che si conosca
se vero o falso profetò Calcante.
In cuor riposte ne teniam noi tutti
le divine parole, e voi ne foste
testimoni, voi sì quanti la Parca
non aveste crudel. Parmi ancor ieri
quando le navi achee di lutto a Troia
apportatrici in Aulide raccolte,
noi ci stavamo in cerchio ad una fonte
sagrificando sui devoti altari
vittime elette ai Sempiterni, all'ombra
d'un platano al cui piè nascea di pure
linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve
subitamente. Un drago di sanguigne
macchie spruzzato le cerulee terga,
orribile a vedersi, e dallo stesso
re d'Olimpo spedito, ecco repente
sbucar dall'imo altare, e tortuoso
al platano avvinghiarsi. Avean lor nido
in cima a quello i nati tenerelli
di passera feconda, latitanti
sotto le foglie: otto eran elli, e nona
la madre. Colassù l'angue salito
gl'implumi divorò, miseramente
pigolanti. Plorava i dolci figli
la madre intanto, e svolazzava intorno
pietosamente; finché ratto il serpe
vibrandosi afferrò la meschinella
all'estremo dell'ala, e lei che l'aure
empiea di stridi, nella strozza ascose.
Divorata co' figli anco la madre,
del vorator fe' il Dio che lo mandava
nuovo prodigio; e lo converse in sasso.
Stupidi e muti ne lasciò del fatto
la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo
portento fra gli altari intervenuto
incerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati Achivi,
perché muti così? Giove ne manda
nel veduto prodigio un tardo segno
di tardo evento, ma d'eterno onore.
Nove augelli ingoiò l'angue divino,
nov'anni a Troia ingoierà la guerra,
e la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta, ed ecco omai
tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
perseverate, generosi Achei,
restatevi di Troia al giorno estremo.
Levossi a questo dire un alto grido,
a cui le navi con orribil eco
rispondean, grido lodator del saggio
parlamento d'Ulisse. Ed incalzando
quei detti il vecchio cavalier Nestorre,
Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro
parole intesi di fanciulli a cui
nulla cal della guerra. Ove n'andranno
i giuramenti, le promesse e i tanti
consigli de' più saggi e i tanti affanni,
le libagioni degli Dei, la fede
delle congiunte destre? Dissipati
n'andran col fumo dell'altare? Achei,
noi contendiamo di parole indarno,
e in vane induge il tempo si consuma,
che dar si debbe a salutar riparo.
Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo
su gli Achei nelle pugne alza lo scettro:
ed in proposte, che d'effetto vote
cadran mai sempre, marcir lascia i pochi
che in disparte consultano se in Argo
redir si debba, pria che falsa o vera
si conosca di Giove la promessa.
Io ti fo certo che il saturnio figlio,
il giorno che di Troia alla ruïna
sciolser gli Achivi le veloci antenne,
non dubbio cenno di favor ne fece
balenando a diritta. Alcun non sia
dunque che parli del tornarsi in Argo,
se prima in braccio di troiana sposa
non vendica d'Elèna il ratto e i pianti.
Se taluno pur v'ha che voglia a forza
di qua partirsi, di toccar si provi
il suo naviglio, e troverà primiero
la meritata morte. Tu frattanto
pria ti consiglia con te stesso, o sire,
indi cogli altri, né sprezzar l'avviso
ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri
per curie e per tribù, sì che a vicenda
si porga aita una tribù con l'altra,
l'una con l'altra curia. A questa guisa,
obbedendo agli Achei, ti fia palese
de' capitani a un tempo e de' soldati
qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno
con emula virtù pel suo fratello
combatterà. Conoscerai pur anco
se nume avverso, o codardìa de' tuoi,
ne rapîr le tenèbre invidiose,
che inopportune sul cruento lido
salvâr le navi e i paurosi Achei.
Obbediamo alle negre ombre nemiche,
apparecchiam le cene. Ognun dal temo
sciolga i cavalli, e liberal sia loro
di largo cibo. Di voi parte intanto
alla città si affretti, e pingui agnelle
e giovenchi n'adduca, e di Lïeo
e di Cerere il frutto almo e gradito.
Sian di secche boscaglie anco raccolte
abbondanti cataste, e si cosparga,
finché regna la notte e l'alba arriva,
tutto di fuochi il campo e il ciel di luce,
onde dell'ombre nel silenzio i Greci
non prendano del mar su l'ampio dorso
taciturni la fuga; o i legni almeno
non salgano tranquilli, e la partenza
senza terror non sia; ma nell'imbarco
o di lancia piagato o di saetta
vada più d'uno alle paterne case
a curar la ferita, e rechi ai figli
l'orror de' Teucri, e così loro insegni
a non tentarli con funesta guerra.
Voi cari a Giove diligenti araldi,
per la città frattanto ite, e bandite
che i canuti vegliardi, e i giovinetti
a cui le guance il primo pelo infiora,
custodiscan le mura in su gli spaldi
dagli Dei fabbricati. Entro le case
allumino gran fuoco anco le donne,
e stazïon vi sia di sentinelle,
onde, sendo noi lungi, ostile insidia
nell'inerme città non s'introduca.
Quanto or dico s'adémpia, e non fia vano,
magnanimi compagni, il mio consiglio.
Dirò dimani ciò che far ne resta.
Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni
avrem propizi, di cacciarne lungi
cotesti cani da funesto fato
qua su le prore addutti. Or per la notte
custodiamo noi stessi. Al primo raggio
del nuovo giorno in tutto punto armati
desteremo sul lido acre conflitto;
vedrem se Dïomede, questo forte
figliuolo di Tidèo, respingerammi
dalle navi alle mura, o s'io coll'asta
saprò passargli il fianco, e via portarne
le sanguinose spoglie. Egli dimani
manifesto farà se sua prodezza
tal sia che possa di mia lancia il duro
assalto sostener. Ma se fallace
non è mia speme, ei giacerà tra' primi
spento con molti de' compagni intorno,
ei sì, dimani, all'apparir del Sole.
Così immortal foss'io, né mai vecchiezza
vïolasse i miei giorni, ed onorato
foss'io del par che Pallade ed Apollo,
come fatale ai Greci è il dì futuro.
Tal fu d'Ettorre il favellar superbo,
e gli fêr plauso i Teucri. Immantinente
sciolsero dal timone i polverosi
destrier sudati, e colle briglie al carro
gli annodò ciascheduno. Indi menaro
pecore e buoi dalla cittade in fretta.
Altri vien carco di nettareo vino,
altri di cibo cereale; ed altri
cataste aduna di virgulti e tronchi.
Rapìan l'odor delle vivande i venti
da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.
Ed essi gonfi di baldanza, e in torme
belliche assisi dispendean la notte,
tutta empiendo di fuochi la campagna.
Siccome quando in ciel tersa è la Luna,
e tremole e vezzose a lei dintorno
sfavillano le stelle, allor che l'aria
è senza vento, ed allo sguardo tutte
si scuoprono le torri e le foreste
e le cime de' monti; immenso e puro
l'etra si spande, gli astri tutti il volto
rivelano ridenti, e in cor ne gode
l'attonito pastor: tali al vederli,
e altrettanti apparìan de' Teucri i fuochi
tra le navi e del Xanto le correnti
sotto il muro di Troia. Erano mille
che di gran fiamma interrompeano il campo,
e cinquanta guerrieri a ciascheduno
sedeansi al lume delle vampe ardenti.
Presso i carri frattanto orzo ed avena
i cavalli pascevano, aspettando
che dal bel trono suo l'Alba sorgesse.

Libro Nono
Queste de' Teucri eran le veglie. Intanto
del gelido Terror negra compagna
la Fuga, dagli Dei ne' petti infusa,
l'achivo campo possedea. Percosso
da profonda tristezza era di tutti
i più forti lo spirto; e in quella guisa
che il pescoso Oceàno si rabbuffa,
Come dall'armi ritirarsi il vide,
diè un alto grido Ettorre, e rincorando
Troiani e Licii e Dardani tonava:
Uomini siate, amici, e richiamate
l'antica gagliardìa: lasciato ha il campo
quel fortissimo duce, e a me promette
l'Olimpio Giove la vittoria. Or via
gli animosi cornipedi spingete
dirittamente addosso ai forti Achivi,
e acquisto fate d'immortal corona.
Disse, e in tutti destò la forza e il core.
Come buon cacciator contra un lïone
o silvestre cignale il morso aizza
de' fier molossi, così l'ira instiga
de' magnanimi Troi contro gli Achivi
il Prïamide Marte: ed ei tra' primi
intrepido si volve, e nel più folto
della mischia coll'impeto si spinge
di sonante procella che dall'alto
piomba e solleva il ferrugineo flutto.
